La Parodontite

 Di Giorgio Albani

Tra le malattie che riguardano la bocca quelle delle gengive e, particolarmente del parodonto, sembrano in costante aumento.

In passato questo problema di salute si definiva genericamente “piorrea” o “gengivite espulsiva”.
Oggi si usano termini diversi , particolarmente quello di PARODONTITE, ma la sostanza non cambia.

C’è da dire che molte persone soffrono di questa malattia senza esserne consapevoli.
Poi un giorno, per caso, guardandosi allo specchio si accorgono che qualcosa nella propria bocca sta cambiando.
I denti sembrano essere diventati più lunghi …. Semplicemente perché, a causa della malattia, le gengive si stanno retraendo (abbassando).

In altri casi si giunge alla consapevolezza della malattia dopo essersi accorti della presenza di un sanguinolento costante delle gengive.
In questi casi, naturalmente, vanno escluse altre malattie che riguardino la coagulazione del sangue.

Più modernamente è il dentista che comunica al paziente del fatto che sta soffrendo di una parodontite.

Di fatto nelle persone che soffrono di questa malattia subentra un problema infiammatorio della gengiva che determina la retrazione del bordo della stessa. La conseguenza è che i denti vanno via, via “scalzandosi” e nel tempo diventano instabili.
La malattia, in realtà, ha una sua notevole complessità e oltre alla gengiva è colpita l’intera struttura di ancoraggio del dente. La scopertura del colletto del dente (cioè della parte che normalmente si trova sotto la gengiva), inoltre crea un’area di minore resistenza,  facilmente aggredibile dalla carie.

La malattia presenta vari sintomi:
–     alitosi;
–       sensibilità costante al caldo e al freddo;
–       sanguinamento delle gengive;
–       predisposizione, come già detto, alla carie del colletto;
–       stato di infiammazione- infezione cronica che può generare problemi non solo locali ma all’intero organismo;
–       franco dolore nelle aree più colpite.

Inoltre questa malattia, se non curata, può determinare una perdita assai precoce dei denti.

Ho riportato, in basso, il link di un articolo di wikipedia che può aiutare a capire meglio il problema.

Le cause di questa malattia non sono tutte note e chiare.
Sappiamo particolarmente che:
–       esiste un’ indubbia predisposizione famigliare;
–       alcuni tipi di scelte alimentari favoriscono enormemente la malattia. Potremmo dire che una dieta particolarmente acida, l’uso di alcolici, il fumo di sigaretta e l’uso di altri generi voluttuari giocano un ruolo favorente;
–       l’assenza di una igiene adeguata comunque accelera la malattia;
–       inoltre alcune patologie, tra cui il diabete e il reflusso gastroesofageo la rendono più probabile.

Tutte queste considerazioni, comunque, sembrano fortemente subordinate alla prima condizione: quella della predisposizione famigliare.
Può capitare, in effetti, di vedere persone non particolarmente attente alla dieta e all’igiene dentario e personale che comunque non soffrano di questo problema di salute.

E’ giusto dire che la prima figura professionale che si debba occupare della malattia sia il dentista.
Ci sono consigli e interventi adeguati di questo specialista che possono ritardare le conseguenze della malattia. E’ prevista anche la possibilità di vari approcci chirurgici (compresi quelli con il laser) per quei denti che risultino maggiormente colpiti.

C’è un ruolo di aiuto che l’omeopatia può dare per questo problema di salute?
Direi di si.
Non si tratta di un intervento miracolistico ma una cura omeopatica ben scelta, che si associ la lavoro del dentista, può notevolmente rallentare il decorso della malattia, ridurre le infiammazioni e le infezioni della gengiva e del parodonto ed eliminare buona parte dei sintomi (alitosi, dolore, bruciore, sanguinamento e sensibilità gengivale).
Un buon intervento dell’omeopata può rafforzare anche la struttura dell’impianto del dente.
Mi capita frequentemente di confrontarmi con dentisti, a volte stupiti, che hanno potuto riscontrare il buon aiuto che può dare in questo campo una cura omeopatica.

Cerchiamo di capire primariamente come l’omeopata inquadri il soggetto affetto da una malattia del parodonto.
Dal punto di vista costituzionale questa malattia difficilmente coinvolge la costituzione sulfurica, salvo quei casi in cui sia presente un’igiene di vita veramente disastrosa. Il dente del sulfurico, di base, è sano ed ha un tipico colore giallo.
La pubblicità televisiva vorrebbe farci pensare che il dente sano sia bianchissimo. In realtà questo criterio ha solo un valore estetico. Il dente sano e forte, caratterizzato da una dentina robusta, normalmente si presenta lievemente giallognolo.

La costituzioni omeopatiche che maggiormente incorrono in questa malattia sono quella Fosforica, che presenta di base problematiche di ossificazione e pertanto anche di formazione della dentina, e in minor parte, quella Sodica.
Più sporadicamente la malattia può interessare la costituzione Carbonica, presentandosi in essa comunque in una forma più mite.

I soggetti di queste costituzioni tendono a sviluppare più facilmente la malattia del parodonto quando la diatesi di base è luesinica.

Capisco che i termini e i concetti appena accennati, propri della dottrina omeopatica, possano risultare non facili da capire per chi manchi di una conoscenza approfondita di questa materia.
Questa premessa vuole però far capire che l’intervento dell’omeopata non è casuale e approssimativo ma è legato ad un percorso diagnostico ben preciso, codificato e conosciuto.
Questo percorso ha ben chiaro, in primo luogo, chi sia il soggetto umano che più frequentemente si ammali della malattia del parodonto e quali siano i punti di fragilità dell’intero suo equilibrio costituzionale.
Essi lo predispongono non solo alle parodontiti ma anche ad altre malattie (per esempio artrosi precoci).

Cosa fa nel concreto, pertanto, l’omeopata?

In primo luogo una visita approfondita.
Prima di tutto, attraverso elementi fisici, patologici e tratti comportamentali dovrà cercare di inquadrare meglio possibile la costituzione del paziente.
Se, come accade spesso, il paziente porta con se diverse componenti costituzionali, l’omeopata dovrà individuare quella prevalente che, con buona probabilità, è responsabile di aver attivato la malattia.
Poi è necessario condurre un’accurata anamnesi famigliare per capire quali problemi di salute il paziente abbia ereditato dalla linea paterna e materna.

Queste analisi gettano le basi per prescrivere un adeguato farmaco di terreno che dovrà svolgere il ruolo più importante nel rinforzo:
–       dell’immunità del paziente, passaggio necessario per superare lo scomodo binomio infiammazione-infezione;
–       della matrice ossea e della dentina;

La visita ha anche lo scopo di cercare di comprendere quale sia l’igiene di vita del paziente, alimentazione in primis. E’ noto che le malattie del parodonto si sviluppino meglio nel caso di metabolismi particolarmente acidi e in presenza di reflusso gastro-esosageo.
Per analizzare il livello di acidità del metabolismo può essere necessario richiedere un esame urine utile a verificare il ph. Sempre più spesso il ph viene anche rilevato nei liquidi salivari.
Se si giunge alla conclusione che ci sia eccesso di acidità si possono associare alla cura di base rimedi che tendano ad alcalinizzare il metabolismo e consigli utili al cambio di alimentazione.

Inoltre un’analisi importante viene condotta direttamente nel cavo orale, oltre che per valutare il grado della malattia e le lesioni che ha comportato, per stabilire se le altre componenti della bocca mostrino anomalie. Particolare cura l’omeopata la rivolge, con tutti i suoi sensi, all’esame ispettivo della saliva. E’ importante capire se essa sia chiara e trasparente o, come spesso accade, di colori anomali, di consistenza gelatinosa, “filacciosa”, caratterizzata da residui mucillaginosi di vario genere, con tendenza a produrre reazioni fermentative.
Gli omeopati dovrebbero aver cura anche di capire che odore emetta questa secrezione perché alcuni odori suggeriscono processi metabolici che indicano la presenza di determinati batteri e richiamano all’appello la necessità di utilizzare alcuni specifici farmaci utili a contrastarli.
Per esempio un odore di proteine andate a male richiama Arsenicum Album, un odore di “formaggio avariato” Hepar Sulfuris, un odore escrementizio Mercurius Solubilis, ecc.
Si tratta, mi rendo conto, di una ricerca particolare, che può sembrare certamentee strana e curiosa, ma è legata alla storia dell’omeopatia quando, in assenza dei moderni esami di laboratorio, gli omeopati (ma direi, in generale, tutti i medici) dovevano saper far diagnosi esclusivamente con i loro sensi e la loro esperienza.
Per esempio i chirurghi erano soliti distinguere dall’odore delle secrezioni purulente il grado di gravita delle lesioni dei propri pazienti. Veniva distinto un pus di odore “bonum et laudabile” e uno “malus” che predisponeva alla gangrena.

C’è da dire che le indicazioni  offerte dalle materie mediche omeopatiche, anche quelle riguardanti gli odori delle secrezioni, hanno tutte trovato una puntuale conferma con i moderni esami.

Tuttavia l’omeopata moderno si può giovare anche degli esami più aggiornati che , spesso servono per confermare la diagnosi già sospettata.
Tra di essi nello studio di una parodontite è abbastanza frequentemente richiesto il tampone faringeo a largo spettro.
Personalmente conduco anche un altro esame con una lampada di Wood che consente di individuare nel cavo orale (e in altre parti del corpo se necessario), colonie micotiche (del tipo della Candida Albicans per esempio).

Con questo approccio diagnostico e terapeutico richiesto dall’omeopatia costituzionale si giungerà, così, ad individuare la cura necessaria per il paziente.
Essa comprenderà il farmaco di costituzione (utile al rinforzo immunitario e tissutale), quello di lesione (suggerito dall’analisi della cavità orale) e quello di diatesi (per contrastare la tendenza ad alcune malattie particolari – Esso agisce praticamente, per quanto possibile, sugli elementi scomodi apportati dalla predisposizione ereditaria, seguendo un po’ i principi dell’epigenetica moderna).

A questa cura di base l’omeopata potrà affiancare un rimedio liquido, a volte associato ad un fitoterapico in Tintura Madre, per effettuare delle applicazioni locali sulle gengive.

Il risultato di questo approccio, tutt’altro che superficiale come si è visto, è di norma molto apprezzabile e con tutta una serie di indubbi riscontri. Permette anche al dentista di ottenere risultati migliori e più stabili nel tempo nell’ambito che permane comunque di sua competenza, riducendo complessivamente le complicanze derivanti dalla chirurgia quando necessaria (infiammazioni persistenti, dolore, fistole, difficoltà alla cicatrizzazione, sanguinamento eccessivo).

Giorgio Albani

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