Patologie Posts

Il Mal di Testa in Omeopatia

Iniziamo col dire che molte sono le persone che si rivolgono all’omeopata per problemi di mal di testa.
Molti lo fanno perché conoscono l’omeopatia e le sue potenzialità e, pertanto, sin da subito, si dirigono a questo mezzo terapeutico.

Altri, invece, giungono dall’omeopata dopo un percorso prolungato, non privo di delusioni e frustrazioni che non è andato bene.

Nella loro storia ci sono numerosi esami, visite specialistiche, consulti con centri di studio delle cefalee, farmaci di vario genere.
Tra di essi, diversi piuttosto pesanti e con numerosi effetti collaterali.

Per queste persone affacciarsi allo studio dell’omeopata è un po’ il cercare l’ultima spiaggia.

Un atteggiamento che porta con se numerosi sentimenti contrastanti: aspettative a volte eccessive, paura di andare incontro ad altre delusioni, timore di fare un passo irragionevole e non sempre condiviso dai famigliari, ecc.

Persiste purtroppo l’idea ( e i media fanno del loro peggio per sostenerla) che l’omeopatia sia una sorta di stregoneria moderna…

L’omeopata è un medico e deve saper accogliere questi pazienti nel giusto modo.
In primo luogo deve ascoltarli e studiare approfonditamente il loro caso.
Poi, ove ci siano le indicazioni, prescrivere un’adeguata terapia illustrando al paziente in modo chiaro le possibilità che essa potrà offrire.

In medicina classica c’è un’accurata classificazione del mal di testa.

In alcuni casi la diagnosi finale può essere quella di cefalea, di emicrania, di cefalea a grappolo, ecc. ecc.
In linea di massima, tuttavia, la prescrizione è spesso quella di un analgesico/antinfiammatorio.
Questo tipo di farmaci sono moltissimi.

A volte si associa anche un ansiolitico e un antidepressivo.
Lo si fa quando manchi una risposta terapeutica alla prima categoria di farmaci (in questo caso si sfrutta la desensibilizzazione al dolore che danno alcuni antidepressivi) o quando si sospetti un problema psicologico di base.

Niente da eccepire se non che alcuni pazienti giungono con un carico farmacologico veramente imponente.
Si tratta di farmaci che, ovviamente, non possono essere dati per tutta  la vita. Gli antidepressivi entrano comunque nel biochimismo cerebrale e, in funzione della dose, liberano si dal mal di testa dando benessere ma possono alterare le reazioni spontanee del paziente.
Quando giunge il momento di uscire da queste terapie medico e paziente si trovano di fronte ad una fase molto, molto delicata.

Altri pazienti, pur eseguendo bene la terapia classica, non hanno miglioramento.

Pertanto dall’omeopata si potrebbe dire che giungano generalmente casi piuttosto complessi.

Cerchiamo, allora, di capire qual’è il lavoro che deve fare l’omeopata.

In primo luogo dovrà fare un’anamnesi tradizionale ben fatta.

E’ necessario prendere atto del percorso effettuato dal paziente, delle diagnosi che ci sono state, delle cure prescritte e del tipo di risposta che si è avuta nel tempo.

Poi seguirà un’anamnesi omeopatica.
Con essa l’omeopata cercherà altre informazioni.

Per esempio è essenziale uno studio del complesso terreno/costituzione del paziente.

I soggetti che appartengono alle costituzioni sodiche tendono a sviluppare cefalee frontali, soprattutto, mattutine.
Alla base di questo problema ci possono essere diverse cause legate alle labilità di queste costituzioni.
Eccole solo alcune: un rialzo della pressione arteriosa nelle prime ore della mattina , un’intolleranza al latte o ai latticini, una reazione particolare all’esposizione alla luce solare, ecc.
Si tratta anche di costituzioni che vanno incontro facilmente a fenomeni di ritenzione idrica.
Com’è noto alcuni modelli reattivi costituzionali si caratterizzano per reattività particolari non solo dal punto di vista fisico ma anche psicologico.
Senza girarci intorno va detto che i sodici hanno una forte tendenza all’introversione: pertanto molti mal di testa sono dovuti al rimuginare continuo sulle problematiche, al ritenere traumi emotivi e alla loro chiusura caratteriale che alimenta facilmente scarichi psicosomatici.

Non si tratta ovviamente di concetti deterministici ma probabilistici.
Per cui la verifica è necessaria. Ma la conoscenza del terreno già ci dirige bene…

Nei soggetti delle costituzioni fosforiche  il mal di testa è spesso la conseguenza di una esaurimento energetico.
Si tratta di costituzioni a bassa energia e a facile dispersione.
L’esaurimento fisico e mentale è frequentemente dietro l’angolo.

Esso può avvenire in conseguenza di una scarsa alimentazione o per perdita di liquidi vitali importanti (ma anche per disidratazione).
Negli adolescenti ci possono essere anche perdite eccessive di liquido seminale.

Ovviamente nessun organismo può star bene ad interrompere il bere e il mangiare. Ma nei fosforici il periodo di resistenza è veramente esiguo rispetto ad altre costituzioni.

Possiamo aggiungere che nei fosforici il cibo è spesso considerato un accessorio “non del tutto necessario” e si può anche dimenticare di mangiare semplicemente perchè si è occupati.
Ma sono anche le costituzioni che possono cercare di compensare i vuoti, per contropartita, con attacchi di bulimia.
Ciò che si perde… E’ semplicemente la regolarità.

Queste costituzioni risentono fortemente degli impegni mentali.
E’ proprio qui che ritroviamo le cefalee degli studenti (in genere con fisicità magra, longilinea e muscolatura atonica).
Hanno difficoltà estrema a sostenere periodi prolungati di attività fisica e mentale.
Ma entrando in fase di flusso, presi dall’entusiasmo, possono ottenere grandi risultati di acme, lavorando di slancio e perdendo il senso del tempo.
Poi, ovviamente, crollano e spesso sviluppano il mal di testa.

Difficilmente si tratterà di cefalee mattutine.
Tranne nei casi in cui si è studiato sino a tarda ora.
Più probabilmente gli attacchi si verificheranno durante la giornata, dopo le ore di maggior impegno.

Nelle costituzioni sulfuriche, invece, il mal di testa è frequentemente conseguenza di un’igiene di vita sbagliata. Si tratta di costituzioni caratterizzate, in origine, da un buon livello energetico e da una buona resistenza fisica. Proprio per questo tendono a volte ad eccedere nel bere, nel mangiare, nel far uso di sostanze voluttuarie, nel rimanere svegli a lungo. Il fisico regge bene per un certo periodo poi comincia a mandare i suoi segnali di intossicazione e “di non poterne più”.
E’ la tipica condizione degli adolescenti di costituzione sulfurica, aiutata fortemente da un mentale con note narcisistiche e un pizzico di onnipotenza.
Niente di grave, intendiamoci, è uno degli atteggiamenti tipici di alcuni adolescenti. L’omeopatia aggiunge, per propria conoscenza, “di quelli a costituzione sulfurica”.
A volte, però, questo modello comportamentale straripa anche nell’età adulta… E l’analisi resta tale e quale.
E qui ci troviamo di fronte ai brillanti soggetti in carriera (ma in fondo ancora con mentale adolescenziale) che riempiono la vita di cene, cocktail, impegni lavorativi mondani… E poi vanno a dormire (quando ci vanno) con il mal di testa.

Potremmo andare oltre ma penso che l’analisi, per quanto impostata in modo leggero, sia stata chiara e faccia intravedere il grado di profondità con cui l’omeopatia affronta le patologie, tenendo conto della diversità di ogni individuo.

Cosa fa l’omeopata, a questo punto, dopo aver effettuato un’anamnesi classica, un’anamnesi omeopatica, una visita fisica?

Primariamente imposta una cura basata sui farmaci di terreno e costituzione.
Ove necessario essi hanno anche un ruolo disintossicante  (costituzioni sulfuriche), energizzante (costituzioni fosforiche), di riequilibrio del sistema psico-fisico e immunitario (costituzioni muriatiche).

Senza dubbio, oltre a questa terapia base, che ha lo scopo di ridurre nel tempo frequenza ed intensità del disturbo e, ove possibile, di portarlo a guarigione, al paziente sarà prescritto anche un farmaco sintomatico. Esso sarà utile per superare gli attacchi.

Infine, ove la situazione lo richieda (ma spesso è così), l’omeopata dovrà stimolare il paziente ad un cambio dell’igiene di vita, fornendo tutte quelle indicazioni relative alla corretta alimentazione, al movimento, ecc.
Il che vuol dire suggerire di mangiare di più e meglio a chi mangia poco e male, di mangiare di meno e meglio a chi mangia troppo e male, di dare una regolarità a chi non ce l’ha, di stimolare ad una attività fisica calibrata sulle caratteristiche psico-fisiche della persona.

Purtroppo, almeno sulle prime fasi, ognuno dovrà redigere un noioso ma utilissimo diario del mal di testa, annotando date e intensità degli attacchi e attività che si stava effettuando.
Nelle donne anche le date del ciclo per capire ove sia presente una componente ormonale che andrà trattata.
E’ il solo modo per capire quando frequenza ed intensità comincino ridursi.

La Parodontite

 Di Giorgio Albani

Tra le malattie che riguardano la bocca quelle delle gengive e, particolarmente del parodonto, sembrano in costante aumento.

In passato questo problema di salute si definiva genericamente “piorrea” o “gengivite espulsiva”.
Oggi si usano termini diversi , particolarmente quello di PARODONTITE, ma la sostanza non cambia.

C’è da dire che molte persone soffrono di questa malattia senza esserne consapevoli.
Poi un giorno, per caso, guardandosi allo specchio si accorgono che qualcosa nella propria bocca sta cambiando.
I denti sembrano essere diventati più lunghi …. Semplicemente perché, a causa della malattia, le gengive si stanno retraendo (abbassando).

In altri casi si giunge alla consapevolezza della malattia dopo essersi accorti della presenza di un sanguinolento costante delle gengive.
In questi casi, naturalmente, vanno escluse altre malattie che riguardino la coagulazione del sangue.

Più modernamente è il dentista che comunica al paziente del fatto che sta soffrendo di una parodontite.

Di fatto nelle persone che soffrono di questa malattia subentra un problema infiammatorio della gengiva che determina la retrazione del bordo della stessa. La conseguenza è che i denti vanno via, via “scalzandosi” e nel tempo diventano instabili.
La malattia, in realtà, ha una sua notevole complessità e oltre alla gengiva è colpita l’intera struttura di ancoraggio del dente. La scopertura del colletto del dente (cioè della parte che normalmente si trova sotto la gengiva), inoltre crea un’area di minore resistenza,  facilmente aggredibile dalla carie.

La malattia presenta vari sintomi:
–     alitosi;
–       sensibilità costante al caldo e al freddo;
–       sanguinamento delle gengive;
–       predisposizione, come già detto, alla carie del colletto;
–       stato di infiammazione- infezione cronica che può generare problemi non solo locali ma all’intero organismo;
–       franco dolore nelle aree più colpite.

Inoltre questa malattia, se non curata, può determinare una perdita assai precoce dei denti.

Ho riportato, in basso, il link di un articolo di wikipedia che può aiutare a capire meglio il problema.

Le cause di questa malattia non sono tutte note e chiare.
Sappiamo particolarmente che:
–       esiste un’ indubbia predisposizione famigliare;
–       alcuni tipi di scelte alimentari favoriscono enormemente la malattia. Potremmo dire che una dieta particolarmente acida, l’uso di alcolici, il fumo di sigaretta e l’uso di altri generi voluttuari giocano un ruolo favorente;
–       l’assenza di una igiene adeguata comunque accelera la malattia;
–       inoltre alcune patologie, tra cui il diabete e il reflusso gastroesofageo la rendono più probabile.

Tutte queste considerazioni, comunque, sembrano fortemente subordinate alla prima condizione: quella della predisposizione famigliare.
Può capitare, in effetti, di vedere persone non particolarmente attente alla dieta e all’igiene dentario e personale che comunque non soffrano di questo problema di salute.

E’ giusto dire che la prima figura professionale che si debba occupare della malattia sia il dentista.
Ci sono consigli e interventi adeguati di questo specialista che possono ritardare le conseguenze della malattia. E’ prevista anche la possibilità di vari approcci chirurgici (compresi quelli con il laser) per quei denti che risultino maggiormente colpiti.

C’è un ruolo di aiuto che l’omeopatia può dare per questo problema di salute?
Direi di si.
Non si tratta di un intervento miracolistico ma una cura omeopatica ben scelta, che si associ la lavoro del dentista, può notevolmente rallentare il decorso della malattia, ridurre le infiammazioni e le infezioni della gengiva e del parodonto ed eliminare buona parte dei sintomi (alitosi, dolore, bruciore, sanguinamento e sensibilità gengivale).
Un buon intervento dell’omeopata può rafforzare anche la struttura dell’impianto del dente.
Mi capita frequentemente di confrontarmi con dentisti, a volte stupiti, che hanno potuto riscontrare il buon aiuto che può dare in questo campo una cura omeopatica.

Cerchiamo di capire primariamente come l’omeopata inquadri il soggetto affetto da una malattia del parodonto.
Dal punto di vista costituzionale questa malattia difficilmente coinvolge la costituzione sulfurica, salvo quei casi in cui sia presente un’igiene di vita veramente disastrosa. Il dente del sulfurico, di base, è sano ed ha un tipico colore giallo.
La pubblicità televisiva vorrebbe farci pensare che il dente sano sia bianchissimo. In realtà questo criterio ha solo un valore estetico. Il dente sano e forte, caratterizzato da una dentina robusta, normalmente si presenta lievemente giallognolo.

La costituzioni omeopatiche che maggiormente incorrono in questa malattia sono quella Fosforica, che presenta di base problematiche di ossificazione e pertanto anche di formazione della dentina, e in minor parte, quella Sodica.
Più sporadicamente la malattia può interessare la costituzione Carbonica, presentandosi in essa comunque in una forma più mite.

I soggetti di queste costituzioni tendono a sviluppare più facilmente la malattia del parodonto quando la diatesi di base è luesinica.

Capisco che i termini e i concetti appena accennati, propri della dottrina omeopatica, possano risultare non facili da capire per chi manchi di una conoscenza approfondita di questa materia.
Questa premessa vuole però far capire che l’intervento dell’omeopata non è casuale e approssimativo ma è legato ad un percorso diagnostico ben preciso, codificato e conosciuto.
Questo percorso ha ben chiaro, in primo luogo, chi sia il soggetto umano che più frequentemente si ammali della malattia del parodonto e quali siano i punti di fragilità dell’intero suo equilibrio costituzionale.
Essi lo predispongono non solo alle parodontiti ma anche ad altre malattie (per esempio artrosi precoci).

Cosa fa nel concreto, pertanto, l’omeopata?

In primo luogo una visita approfondita.
Prima di tutto, attraverso elementi fisici, patologici e tratti comportamentali dovrà cercare di inquadrare meglio possibile la costituzione del paziente.
Se, come accade spesso, il paziente porta con se diverse componenti costituzionali, l’omeopata dovrà individuare quella prevalente che, con buona probabilità, è responsabile di aver attivato la malattia.
Poi è necessario condurre un’accurata anamnesi famigliare per capire quali problemi di salute il paziente abbia ereditato dalla linea paterna e materna.

Queste analisi gettano le basi per prescrivere un adeguato farmaco di terreno che dovrà svolgere il ruolo più importante nel rinforzo:
–       dell’immunità del paziente, passaggio necessario per superare lo scomodo binomio infiammazione-infezione;
–       della matrice ossea e della dentina;

La visita ha anche lo scopo di cercare di comprendere quale sia l’igiene di vita del paziente, alimentazione in primis. E’ noto che le malattie del parodonto si sviluppino meglio nel caso di metabolismi particolarmente acidi e in presenza di reflusso gastro-esosageo.
Per analizzare il livello di acidità del metabolismo può essere necessario richiedere un esame urine utile a verificare il ph. Sempre più spesso il ph viene anche rilevato nei liquidi salivari.
Se si giunge alla conclusione che ci sia eccesso di acidità si possono associare alla cura di base rimedi che tendano ad alcalinizzare il metabolismo e consigli utili al cambio di alimentazione.

Inoltre un’analisi importante viene condotta direttamente nel cavo orale, oltre che per valutare il grado della malattia e le lesioni che ha comportato, per stabilire se le altre componenti della bocca mostrino anomalie. Particolare cura l’omeopata la rivolge, con tutti i suoi sensi, all’esame ispettivo della saliva. E’ importante capire se essa sia chiara e trasparente o, come spesso accade, di colori anomali, di consistenza gelatinosa, “filacciosa”, caratterizzata da residui mucillaginosi di vario genere, con tendenza a produrre reazioni fermentative.
Gli omeopati dovrebbero aver cura anche di capire che odore emetta questa secrezione perché alcuni odori suggeriscono processi metabolici che indicano la presenza di determinati batteri e richiamano all’appello la necessità di utilizzare alcuni specifici farmaci utili a contrastarli.
Per esempio un odore di proteine andate a male richiama Arsenicum Album, un odore di “formaggio avariato” Hepar Sulfuris, un odore escrementizio Mercurius Solubilis, ecc.
Si tratta, mi rendo conto, di una ricerca particolare, che può sembrare certamentee strana e curiosa, ma è legata alla storia dell’omeopatia quando, in assenza dei moderni esami di laboratorio, gli omeopati (ma direi, in generale, tutti i medici) dovevano saper far diagnosi esclusivamente con i loro sensi e la loro esperienza.
Per esempio i chirurghi erano soliti distinguere dall’odore delle secrezioni purulente il grado di gravita delle lesioni dei propri pazienti. Veniva distinto un pus di odore “bonum et laudabile” e uno “malus” che predisponeva alla gangrena.

C’è da dire che le indicazioni  offerte dalle materie mediche omeopatiche, anche quelle riguardanti gli odori delle secrezioni, hanno tutte trovato una puntuale conferma con i moderni esami.

Tuttavia l’omeopata moderno si può giovare anche degli esami più aggiornati che , spesso servono per confermare la diagnosi già sospettata.
Tra di essi nello studio di una parodontite è abbastanza frequentemente richiesto il tampone faringeo a largo spettro.
Personalmente conduco anche un altro esame con una lampada di Wood che consente di individuare nel cavo orale (e in altre parti del corpo se necessario), colonie micotiche (del tipo della Candida Albicans per esempio).

Con questo approccio diagnostico e terapeutico richiesto dall’omeopatia costituzionale si giungerà, così, ad individuare la cura necessaria per il paziente.
Essa comprenderà il farmaco di costituzione (utile al rinforzo immunitario e tissutale), quello di lesione (suggerito dall’analisi della cavità orale) e quello di diatesi (per contrastare la tendenza ad alcune malattie particolari – Esso agisce praticamente, per quanto possibile, sugli elementi scomodi apportati dalla predisposizione ereditaria, seguendo un po’ i principi dell’epigenetica moderna).

A questa cura di base l’omeopata potrà affiancare un rimedio liquido, a volte associato ad un fitoterapico in Tintura Madre, per effettuare delle applicazioni locali sulle gengive.

Il risultato di questo approccio, tutt’altro che superficiale come si è visto, è di norma molto apprezzabile e con tutta una serie di indubbi riscontri. Permette anche al dentista di ottenere risultati migliori e più stabili nel tempo nell’ambito che permane comunque di sua competenza, riducendo complessivamente le complicanze derivanti dalla chirurgia quando necessaria (infiammazioni persistenti, dolore, fistole, difficoltà alla cicatrizzazione, sanguinamento eccessivo).

Giorgio Albani

La Sindrome Emorroidaria

Scritto di Giorgio Albani
 
Molte persone soffrono di problemi emorroidari.
Ne possono soffrire occasionalmente (patologia acuta) o in modo continuo (patologia cronica).
 
Le emorroidi sono dei vasi venosi che si trovano nella parte finale del retto.
Quando, per vari motivi, s’infiammano possono dare molta sofferenza.
 
Solitamente un’emorroidite (ovvero l’infiammazione delle emorroidi) da: bruciore, dolore, prurito, secrezioni continue, sanguinamento.
Quando le emorroidi si esteriorizzano possono uscire a piccoli grappoli dall’ano e determinare, in base alle dimensioni, una sensazione di fastidio, di ingombro, di dolore.
Nei soggetti sedentari con emorroidi esterne la postura scorretta favorisce il meccanismo dell’infiammazione.
 
I vari sintomi descritti si possono presentare singolarmente o associati.
 
Nei casi più gravi c’è tutto: dolore, prurito, esteriorizzazione, sanguinamento, ecc.
A volte le varici emorroidarie si complicano e si tombizzano (sangue coagulato).
Questo aumenta il dolore e genera un fattore di rischio per patologie importanti.
Se la patologia emorroidaria è molto grave può essere necessario l’intervento chirurgico.
 
Quando sono dolorose il dolore può essere moderato, o forte.
Può essere percepito come  senso di scheggia, di peso, di corpo estraneo, eccetera.
Anche il prurito, in certi casi, può essere così intenso, continuo e disturbante da alterare la qualità della vita del paziente.
Le secrezioni di siero date da certi tipi di emorroidi possono essere così costanti e continue da mettere il paziente nella condizione di cambiarsi più volte nella giornata o usare dei veri e propri assorbenti.
Infine il sanguinamento, quando presente, può essere poca cosa o può essere così abbondante da potersi considerare una vera e propria emorragia.
Le emorragie sono favorite dall’atto fisiologico dell’evacuazione.
 
Nelle emorroidi sanguinanti la perdita costante di sangue crea una dispersione di ferro e getta le basi per un’anemia sideropenica.
A volte ci si può anemizzare semplicemente perdendo poche gocce al giorno.
L’anemia è un problema frequente in chi soffre di emorroidite cronica.
Le varici emorroidarie, quando molto infiammate, a causa dell’azione abradente delle feci, possono andare incontro a continue lesioni che danno piccole ma continue emorragie. Il problema è che le piccole lesioni che si creano nel tessuto indebolito non fanno in tempo a cicatrizzarsi e ogni evacuazione crea nuove lesioni.
Un tessuto cosi, tra l’altro, che presenta uno stato infiammatorio continuo è sempre  a rischio.
A volte le lesioni evolvono verso vere e proprie ragadi, molto difficili da curare e spesso risolvibili solo chirurgicamente.
 
C’è chi, intuendo la presenza di un circolo vizioso (evacuazione-nuove lesioni), cerca di ridurre la frequenza delle evacuazioni ma ciò finisce per generare una tendenza alla stipsi che, nel tempo, si consolida e non sempre è facile da correggere. Nella stipsi la presenza di feci disidratate crea anomali attriti e di nuovo facili lesioni.
 
Come si vede ci sono diversi circoli viziosi che si possono creare nella patologia emorroidaria. Alcuni di essi favoriti dallo stesso paziente.
 
Ma quali sono le cause delle emorroidi?
 
Varie, naturalmente.
L’importante è capire che nella maggior parte dei casi le cause non sono locali, cioè non sono da ricercarsi esclusivamente ove le varici si formano (parte terminale del retto).
Pertanto si capirà che l’uso di pomate e unguenti può rinfrescare e far star meglio ma certo non risolve il problema.
 
LE CAUSE
Nella maggior parte dei casi chi soffre di una malattia emorroidaria ha una famigliarità per questa patologia. La famigliarità intesa in senso stretto significa aver ereditato alcune sfavorevoli labilità tissutali, cosa di per se non molto modificabile. 
Conosco intere famiglie in cui la patologia emorroidaria ha colpito quasi tutti i componenti. 
 
Generalmente essa è più probabile in soggetti che soffrano d’insufficienza venosa o che abbiano ereditato questo problema.
 
C’è da dire, però, che da un nucleo famigliare ereditiamo anche delle abitudini, comprese quelle alimentari e dello stile di vita che, se sbagliate, possono contribuire a generare la patologia emorroidaria.
Ovviamente non si tratta di un’ereditarietà genetica ma ambientale. Essendo la patologia molto dipendente dallo stile di vita anche questo aspetto ha il suo peso.
 
In altri casi, invece, le origini della patologia emorroidaria sono da ricercarsi in un’insufficienza epatica. Soggetti con un fegato steatosico (grasso), per esempio, possono soffrire di emorroidi a causa del crearsi di un meccanismo particolare.
Il sangue presente nei vasi emorroidari, attraverso una serie di circoli venosi, confluisce nella grande vena porta che ha il compito di condurlo al cuore.
Quando il fegato aumenta di volume comprime la vena porta. Ciò genera un aumento della pressione idraulicamente a valle del circuito emorroidario, impedendo un drenaggio facile e completo dello stesso. Il ristagno di sangue nei vasi emorroidari favorisce la formazione di varici (si gonfiano come un palloncino) . Esse finiscono facilmente per infiammarsi e rompersi.
 
Si capisce perciò perché in casi come questi la vera cura causale della patologia emorroidaria dovrà principalmente riguardare il fegato, per ridurre la compressione della vena porta. Le cure locali (pomate eccetera) in queste situazioni hanno ben poco senso.
 
La maggior parte dei soggetti intossicati a causa di stili di vita sbagliati soffre anche di patologia emorroidaria su queste basi.
 
Nei casi, invece, in cui il problema sia dovuto ad una debolezza delle pareti vasali, alla base sia dell’insufficienza venosa degli arti inferiori che delle varici (comprese quelle emorroidarie) la cura dovrà essere costituita soprattutto da principi capillaro protettori e ristrutturanti dell’endotelio (la parete dei vasi). 
 
Ad ultimo non si può trascurare l’ampio numero di pazienti che soffre di emorroidi su basi strettamente psicosomatiche.
Tensioni, preoccupazioni, frustrazioni, stili di vita iperattivi, stati di continua allerta e altre turbative di questo genere si scaricano sullo sfintere anale generando una contrattura continua dello stesso. Questo fenomeno genera una pressione che, se non è in grado di bloccare l’afflusso arterioso di sangue al vaso emorroidario, risulta tuttavia sufficiente per impedire lo svuotamento operato dal circolo venoso. E’ ovvio che ciò “gonfia” i vasi come palloncini, sfianca le pareti e favorisce la formazione di varici.
In quest’ultimo caso la cura non potrà essere uguale a quella di chi soffre di steatosi epatica né a quella di chi è affetto da insufficienza venosa ma dovrà necessariamente riguardare il modello reattivo mentale del paziente.
 
CONCLUSIONE
La cura di una patologia apparentemente banale come le emorroidi richiede una diagnosi attenta sulle cause che hanno generato il problema.
Anche in questo caso, come in altri, il più delle volte ci si trova di fronte ad una patologia di organismo e non di organo.
Essenziali sono le raccomandazioni riguardo ad uno stile di vita virtuoso, sia per quanto attiene alle abitudini alimentari che al movimento. Quest’ultimo favorisce la decongestione delle varici.
 
 
La medicina omeopatica si può giovare di numerosi principi che vanno scelti ovviamente sulla base della sospetta causa che ha generato il problema emorroidario.
Si può giovare di farmaci che agiscano sul fegato e sui reni,  di rimedi ad azione capillaro protettiva, di principi antinfiammatori e antiemorragici, ove necessario di farmaci trombolitici. Infine, nei casi ove la componente psicosomatica sia prevalente, la cura si dirigerà su rimedi del sistema nervoso e del modello reattivo.
E’ sempre necessario una visita accurata e una buona diagnosi.